Il colpo è stato durissimo. Tanto pesante da farli andare fuori di testa. E, per i cinesi, diventare «matti» è un�onta difficile da lavare. Ancora più difficile se poi vivono a Milano. Se eludono la propria comunità per ricorrere ai nostri medici. Se la diagnosi è «delirio di rovina e pensiero di fallimento».
Così, negli ultimi due mesi, quattro cittadini della Repubblica popolare che risiedono nel quartiere cinese, a Chinatown, tra via Paolo Sarpi e dintorni, sono finiti nel reparto di psichiatria del Niguarda: dopo aver rincorso il sogno italiano, fuggendo dalla miseria del proprio Paese, si sono ritrovati senza lavoro. Mentre la Cina è in pieno boom economico. Con un tasso di sviluppo annuo nel primo trimestre di quest�anno del 9,8%, e con una crescita della produzione industriale che ha raggiunto nello stesso periodo il 17,5%.
«Per andare in psichiatria � spiega Emanuela Troisi, psicologa e presidente dell�associazione socio-culturale Alkeos, che si occupa di integrazione cinese e che ha seguito i quattro � vuole dire che dovevano star proprio male. Loro non hanno l�abitudine a usare i nostri canali, ma cercano di gestirsi in famiglia».
E Yontu, meglio conosciuto come Mario, 39 anni, dello Zhejiang, la regione povera a sud di Pechino, ha resistito per otto anni ma è poi crollato e si è fatto ricoverare. A Milano è arrivato nel �97, lasciando a casa moglie e due figli. Un viaggio di tre mesi da clandestino che gli è costato 10 mila dollari. Nel capoluogo lombardo si è rifugiato da alcuni parenti, con l�idea di replicare in grande stile l�attività di fruttivendolo che aveva in Cina. Pensava di pagare tutti i debiti e di diventare importante. Per poi ritornare in patria da protagonista. Come fanno tutti gli immigrati, invidiato da amici e conoscenti. Di fatto, invece, ha concretizzato poco.
Con i guadagni che non sempre hanno coperto i debiti e con i media, magari in modo un tantino propagandistico, che non hanno mai smesso di parlare di «miracolo cinese». Certo, diventare ricchi oggi in Cina continua a essere difficile, ma non è più impossibile. Altrimenti non sarebbero tanto numerosi i ragazzi che la sera affollano i bar del centro di Shanghai, ormai più simili a pub londinesi, che a quelli di Milano.
«Mario, come gli altri tre cinesi che hanno dovuto ricorrere alle cure dello psichiatra�continua Emanuela Troisi � è la punta di un iceberg. L�intera comunità cinese risente della crisi che avvertiamo anche noi. Qui c�è stata una battuta d�arresto, là invece vivono alla grande. Questa è almeno l�immagine che ci propongono. E allora scatta il meccanismo di dire: se fossi lì, al mio Paese, starei meglio, e non avrei perso il legame con la famiglia e con il mio mondo».
Nel quartetto con gli «occhi a mandorla» che ha dovuto poi mettere in atto terapie farmacologiche e proseguire un percorso con il Cps, il centro psicosociale di zona, c�è anche una donna. Nome acquisito Cinzia, 41 anni. E� qui da un anno, senza permesso di soggiorno. L�angoscia di aver dovuto abbandonare il padre anziano e malato, il marito e il figlio di 12 anni, non se l�è mai scrollata di dosso. Durante il viaggio con i «passatori », ha subito il trauma di una violenza sessuale e qui, giorno dopo giorno, ha continuato a sentirsi di nessuna utilità per i suoi e di peso per chi la ospitava. Prima di essere ricoverata al Niguarda, è stata rintracciata dai parenti in un un paesino del Sud. Cinzia vagava sul marciapiede come uno zombie, mentre ripeteva a bassa voce: «Trovare lavoro, trovare lavoro».
«Sono storie terribili�spiega Troisi � che fanno riflettere e che mi portano a fare due considerazioni: da una parte emerge il malessere all�interno della comunità cinese, dall�altra, proprio questo disagio, spinge i cinesi ad utilizzare le nostre strutture sanitarie e quindi ad una maggiore integrazione ».
E pensare che via Paolo Sarpi, il cosiddetto quartiere di Chinatown, era stato scelto dai cinesi negli anni Trenta per le sue caratteristiche popolari e, nel primo dopoguerra, ha fatto da calamita ad altri connazionali che hanno dato il via a una stagione di matrimoni misti. Adesso sono circa 11 mila i cinesi in città recensiti dall�anagrafe. In oltre vent�anni hanno costretto i milanesi a stringersi un po�. Per ritagliarsi delle loro fette di territorio. Non per invadere, ma per convivere. E tra le quattro maggiori popolazioni, compaiono loro. Quelli che, fino al 2003, hanno fatto registrare il più alto tasso di crescita, inserendosi meglio. Non solo: sono di certo gli imprenditori stranieri più attivi in Lombardia.
«Ma adesso�continua Emanuela Troisi � i migliori, quelli che possono e che hanno rapporti significativi con gli italiani, si propongono come mediatori. Creano contatti con il piccolo imprenditore italiano, per fare il business in Cina con lui. Per gli altri c�è il buio e vanno in crisi».
Michele Focarete

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/07_Luglio/19/cinesi.shtml

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