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Addio «compagno», ormai è un insulto ai gay

PECHINO—Frequentare i campus universitari cinesi è rilassante e divertente. Cammini fra i vialetti di parchi fascinosi e leggendari, ti imbatti in dialoghi del genere. «Ciao compagno…» «Tu, compagno, non me lo dici…» «Perché compagno? » «Perché… compagno sarai tu…». Nella lingua parlata cinese il rischio di afferrare in modo sbagliato il tono di una sillaba è sempre dietro l’angolo, per cui meglio affidarsi alle certezze di chi mastica il mandarino alla perfezione. Senza se e senza ma. Del resto, un accento fuori posto trasforma il sostantivo mamma o nel sostantivo cavallo o nel sostantivo canapa o nel verbo insultare. È proprio una questione di sfumaturemasfumature che contano assai: dunque occorre procedere cauti. Nessun fraintendimento.


Questa volta è proprio così: dirsi o darsi del compagno è un insulto o giù di lì. Una brutta cosa. «Compagno…sarai tu». Una breve indagine e si scopre dell’altro. I tempi cambiano e cambiano in fretta. I ragazzi in ogni angolo del mondo sono fantasiosi e sanno inventare un gergo che solo loro capiscono e che solo loro utilizzano. Salvo poi costringere i linguisti ad aggiornare i vocabolari. I ragazzi cinesi hanno inventato l’ultima. Compagno— perdonino i gay per la caduta di stile e perdonino i lettori giustamente sensibili per la volgarità ma qui non se ne può fare a meno — significa, nello slang più slang, culattone o chissà quante altre robacce del genere. Per dirla con il dizionario e in maniera un po’ più accettabile: omosessuale passivo.
Due ideogrammi, una parola tonghzi— pronuncia tonge con la g palatale, un accento sulla «o», una «n» appena pronunciata, e i sinologi puristi perdonino la banalizzazione — un significato che letteralmente in cinese sta per «medesima volontà o medesimo intento» ma che nell’uso comune è «compagno». Durante la grande rivoluzione culturale erano tutti «tonge» per disposizione delle guardie rosse. Mamma mia. Oggi chissà che cosa accadrebbe. La storia di questa evoluzione lessicale in verità è dovuta proprio alla comunità gay che in Cina ha il suo Iraq dovendo combattere contro pregiudizi e cattiverie di ogni sorta. Indagando con curiosità, perché fa un certo effetto sentire l’animosità con la quale i ragazzi evitano di darsi del compagno o se lo danno con lo scopo di mandarsi al diavolo o altre volte semplicemente per prendersi in giro e scherzare, si scopre che alle origini di tutto vi è un festival del cinema omosessuale organizzato niente meno che nel 1989 — una data che la Cina già non ricorda volentieri—a Hong Kong.
Lo ha ammesso l’artista Lin Yihuo al quale è stato chiesto paro-paro: lo sa che la parola compagno è divenuta sinonimo di omosessuale, merito suo? «Credo di sì». Ha risposto lui gentile. «C’era una rassegna e molti temevano di rivelare la loro identità, avevano paura di dichiararsi omosessuali. Allora pensai di stimolarli con una famosa frase del padre della Repubblica, Sun Yat Sen. La frase diceva: la rivoluzione non è ancora riuscita. I compagni devono ancora impegnarsi. Era un modo di coinvolgerli, di aiutarli a superare i timori». Da lì in poi il passaggio è stato breve.
E imprevisto. Ma i ragazzi sono ragazzi, ad ogni latitudine. Dapprima è stata la comunità gay di Hong Kong e di Macao a ricorrere al vocabolo ma con l’intento di sottolineare la gentile attenzione di un amico verso un amico. Dire compagno era come dire, nell’etimologia più autentica: condividiamo il medesimo sentimento. Poi tutto è trasceso. Uscendo dai territori di Hong Kong e di Macao, le ex colonie, «tonge » è stato assimilato dal gergo delle ultime generazioni universitarie e si è trasformato in qualcosa di diverso. Molto diverso.

Corriere.it

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