Da questa settimana, oltre che le abituali curiosità e notizie strane dedicheremo dei post a commentare argomenti “seri”, perché ogni occasione di accendere il cervello va sfruttata. Contiamo anche sui vostri commenti per arricchire la discussione: non abbiate dunque paura a dire la vostra, anche per correggerci, se ritenete sia il caso.

La scorsa settimana mi è capitato di notare su Facebook un post di Ringo (uno dei dj di Virgin Radio, per chi non sapesse di chi stiamo parlando) in cui si lamentava del fatto che proprio durante il Salone del Mobile c’era stato uno sciopero dei mezzi pubblici a Milano. Non entro qui nel merito sullo sciopero in sé, ma su un commento, che diceva qualcosa come “Ringo, vai a lavorare, tu non fai un c..zo dalla mattina alla sera“, e quindi ovviamente lui non aveva diritto di criticare chi lavorava.

Perché un commento banale e stupido come questo merita attenzione? Perché lascia intendere un presupposto presente nella testa di molti: fare il dj non è un vero lavoro, così come non sono veri lavori tutte le “professioni immateriali” in generale. Nell’idea di molti, un lavoro è tale solo se produce un risultato fisico misurabile a peso, e soprattutto se è noioso e fatto controvoglia. Tutto quello che produce un risultato immateriale, o che comprende attività che uno potrebbe fare anche senza essere costretto, è una perdita di tempo. Il problema però è che sono le attività immateriali che oggi creano il maggiore valore aggiunto nell’economia.

Un problema culturale?

Questa idea di cosa sia il lavoro è a mio parere un grosso problema culturale, che è una delle concause della mancata crescita dell’Italia. La mancata crescita infatti è da ricondurre a una produttività del lavoro che rimane ferma al palo, mentre in tutti gli altri paesi del mondo aumenta. A sua volta, la mancata produttività è correlata all’incapacità di fare crescere i servizi a maggiore valore aggiunto.

La domanda a questo punto diventa: come possono crescere i servizi a valore aggiunto, se i lavori immateriali non vengono considerati lavoro, e quindi la gente è scoraggiata dal pensare di intraprendere una carriera del genere? In altre parole, se l’idea è che i lavori immateriali non sono lavori, allora la gente rimane ferma a fare solo i lavori “tradizionali”: tutti fanno le stesse cose, ma in un mondo dove tutto va avanti questo vuol dire rimanere indietro.

Il 47% dei lavori sparirà entro 25 anni

Questo problema culturale rischia di aggravare una potenziale crisi che potrebbe esplodere nei prossimi anni. L’evoluzione tecnologica infatti è destinata a stravolgere i sistemi produttivi nei prossimi decenni, e uno studio della Oxford University indica che il 47% delle professioni attuali è destinata a sparire entro 25 anni.

Se siete curiosi, la BBC ha pubblicato una pagina in cui potete trovare la probabilità che la vostra profession venga automatizzata da qui al 2035. Oppure qui potete trovare un test più dettagliato, che vi permette di capire quale sarà il vostro destino in base alle specifiche mansioni e capacità che vi sono richieste.

A finire nel dimenticatoio, sostituiti da tecnologie automatizzate, saranno tutti i lavori ripetitivi, che non richiedono particolari doti creative, né di comunicazione o di costruzione di relazioni sociali. Quelli che per molti sono gli unici “veri lavori”, insomma: potrebbe essere difficile per questi soggetti ricollocarsi in qualcosa di molto diverso, se l’idea radicata è che questo “diverso” non sia vero lavoro. Magari sarebbe invece bene guardare meglio alle professioni immateriali, per cercare di imparare qualcosa che possa tornare utile in futuro.

un braccio robotico

 

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"Ringo, vai a lavorare!", ovvero: l'Italia e le professioni immateriali